La Tecnologia 5G è pericolosa per la Salute?

Riprendo un’interessante intervista trascritta nell’ancor più interessante libro-dossier di Marco Pizzuti “Dossier 5G”.

Il libro è una disanima dei rischi collegati alla salute che può comportare l’utilizzo capillare sul territorio della tecnologia di telecomunicazioni a radiazioni non ionizzanti denominata 5G.

L’intervista, in particolare, è stata fatta alla Dottoressa Patrizia Gentilini, medico oncologo ed ematologo del comitato scientifico di ISDE (Associazione italiana medici per l’ambiente):

Tutti i principali magazine di tecnologia, i grandi quotidiani e i servizi d’informazione mainstream sostengono che la tecnologia 5G è totalmente sicura. Di conseguenza, accusano le centinaia di ricercatori con opinioni diverse di creare inutili allarmismi bollando tale comportamento come antiscientifico. Lei ritiene corretto e imparziale questo atteggiamento dei media, oppure le ricerche scientifiche indipendenti hanno già ampiamente dimostrato i pericoli dell’elettrosmog e c’è qualcosa che invece non torna negli studi scientifici più rassicuranti?

Ritengo grave e pericoloso questo clima da «caccia alle streghe» verso coloro che esprimono dubbi e critiche nei confronti della nuova tecnologia del 5G. Non aiuta certo un confronto scientifico fra tesi discordanti, né un dibattito democratico su scelte che avranno un impatto inevitabile sui singoli e sulle comunità, né infine il raggiungimento di un parere condiviso su una questione oltremodo complessa quale il 5G. Voglio sottolineare che con questa tecnologia è in gioco non solo la salute umana ma anche l’equilibrio e l’omeostasi degli ecosistemi e di tutti gli esseri viventi; il 5G è infatti una tecnologia pervasiva, che coprirà l’intera superficie terrestre e a cui nessuno potrà sfuggire. Segnalo che numerosi studi già mostrano effetti negativi di questo tipo di frequenze sugli insetti, in particolare sugli impollinatori, a cominciare dalle api che risultano disorientate e incapaci di tornare agli alveari: ciò andrà a sommarsi agli effetti devastanti che, come già sappiamo, sono esercitati su questi insetti dai pesticidi utilizzati in agricoltura. Mi chiedo quindi cosa ne sarà di loro dopo l’introduzione su larga scala del 5G.

Per quanto riguarda gli effetti sulla salute umana, mi piacerebbe conoscere su quali indagini e ricerche si basa l’assoluta certezza dei fautori del 5G riguardo all’assenza di qualunque impatto negativo, visto che il problema è proprio questo: l’assenza di studi adeguati al riguardo! Ciò che già sappiamo delle frequenze del 2G, 3G, 4G è tuttavia già più che sufficiente per farci preoccupare anche per il 5G.

È un copione già visto, e non c’è da stupirsi se quando sono in gioco interessi economici enormi come in questo caso le voci indipendenti di chi solleva dubbi vengano sistematicamente silenziate se non banalmente ridicolizzate.

Come membro della comunità medico-scientifica, ritiene normale che un singolo gruppo di scienziati in conflitto di interessi, a cui i mass media concedono ampio spazio, possa legittimamente autoproclamarsi l’unico vero portavoce della scienza in materia di tecnologia 5G? Le opinioni degli esperti non sono forse molto contrastanti tra loro, nonostante venga data voce solo a una parte di essi?

Direi che ormai non c’è più niente di «normale». Sono ben consapevole che ritenere la scienza al di sopra delle parti ed esente da conflitti di interessi sia una pia illusione, perché è noto da tempo come la ricerca scientifica subisca i condizionamenti economici delle grandi corporation: basti pensare ai ritardi decennali nel riconoscere la pericolosità del fumo di sigaretta, dell’amianto, del benzene, del cloruro di vinile o dei pesticidi. Ma oggi più che mai la situazione mi appare degenerata: da una parte si permette alle compagnie telefoniche di sperimentare tutto ciò che la tecnologia è in grado di inventare, quasi che l’intera umanità fosse solo un insieme di cavie, e dall’altra le uniche voci cui si dà ampia risonanza sono quelle di persone con conclamati e pesanti conflitti di interessi.

Su questo aspetto è esemplare la recentissima sentenza della Corte di appello di Torino con la quale è stato riconosciuto il nesso causale fra insorgenza di neurinoma ed esposizione prolungata per ragioni professionali al telefono cellulare. I magistrati hanno concluso infatti che le posizioni negazioniste sono viziate da conflitti di interessi e che per tale motivo non devono essere tenute nella medesima considerazione di quelle che scaturiscono da ricercatori indipendenti, dichiarando, per quanto attiene la valutazione dei risultati, «che debba essere dato maggior peso ai risultati condotti da ricercatori esenti da tali conflitti, come per esempio da Hardell e suoi collaboratori» o ancora:

«Gli unici studiosi che con certezza escludono qualsiasi nesso causale tra utilizzo di cellulari e tumori encefalici sono i professori Ahlbom e Repacholi, ma detti autori si trovano in posizione di conflitto di interessi, essendo il primo consulente di gestori di telefonia cellulare e il secondo di industrie elettriche».

Purtroppo questa sentenza viene presentata sui media come fosse un abuso dei magistrati che si sostituiscono agli «scienziati», quando invece si tratta di una sentenza esemplare che non fa altro che prendere atto di quanto espresso dai consulenti tecnici d’ufficio (anch’essi membri a pieno titolo della «comunità scientifica»), che nella loro perizia riaffermano un principio sacrosanto, cioè che la prima domanda da farsi davanti a qualunque ricerca o indagine scientifica è chiedersi chi l’abbia finanziata, ovvero se non sia viziata da conflitti di interessi.

Tanto per capirci, proprio nell’ambito delle ricerche che riguardano campi elettromagnetici (CEM) ed effetti sulla salute emerge che, se gli studi sono stati finanziati dall’industria, solo il 32 per cento evidenzia effetti negativi, mentre avviene esattamente il contrario quando gli studi sono indipendenti, perché in questo caso le conseguenze negative sono presenti nel 70 per cento delle ricerche.

Marco Pizzuti, l’autore del Libro

Nel 2010 una perizia processuale di 140 pagine redatta dal professor Andrea Micheli ha dimostrato un nesso evidente tra le onde emesse dalle antenne di Radio Vaticana e l’anomalo sviluppo di tumori e leucemie negli abitanti della zona. Molti altri procedimenti giudiziari italiani e del resto del mondo hanno confermato i rischi da esposizione all’elettrosmog. Qual è la sua opinione di oncologa a riguardo?

La situazione verificatasi per esposizione alle onde trasmesse da Radio Vaticana è stata oggetto anche di una pubblicazione scientifica nel 2002.64 Questo lavoro ha confermato quanto già evidenziato nella perizia, ovvero che nei residenti in un’area di 10 chilometri dai ripetitori radio-tv di Radio Vaticana nel periodo 1987-88 si è registrata nei bambini (entro 6 chilometri dalle antenne) un’incidenza di leucemia più che doppia rispetto all’atteso, e contestualmente anche negli adulti diminuiva la mortalità con l’aumentare della distanza dai ripetitori.

Ricordo che da diversi studi condotti per valutare i rischi da esposizione ai campi elettromagnetici a bassa frequenza – quali quelli creati dagli elettrodotti – è emerso un incremento del rischio di leucemie infantili variabile dal 70 per cento al 100 per cento, ovvero il doppio dell’atteso! Nel 2002 lo IARC ha classificato i campi elettromagnetici a bassa frequenza come 2B, ovvero «possibili cancerogeni». Va anche ricordato che l’azione biologica dei CEM non è solo di tipo cancerogena, ma sono documentati numerose e non certo meno preoccupanti azioni quali:

– effetti epigenetici: attivazione di oncogeni, sintesi riparativa del DNA, alterazione di proteine funzionali;
– riduzione della sintesi di melatonina;
– aumento della concentrazione di perossidi e radicali liberi;
– alterazione della concentrazione del calcio;
– inibizione dell’apoptosi (morte cellulare programmata);
– induzione di «proteine da shock termico»;
– alterazione della funzionalità del sistema immunitario;
– i CEM/ELF possono inoltre interagire sinergicamente con altri cancerogeni genotossici (radiazioni ionizzanti, idrocarburi aromatici policiclici, derivati del benzene, formaldeide).

Non solo le grandi compagnie di telefonia mobile ma anche tutti i colossi industriali del mondo hanno investito enormi capitali nella nuova tecnologia per creare delle «smart city» e delle «smart factory» caratterizzate da elettrodomestici, dispositivi robotici e automobili intelligenti sempre in connessione tra loro. Oltre a ciò, lo Stato italiano ha già incassato oltre 6,5 miliardi di euro dalla vendita delle concessioni per le frequenze 5G. Secondo lei, se anche venisse dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio l’enorme pericolo per la salute pubblica, gli scienziati indipendenti avrebbero qualche reale possibilità di far sentire la propria voce sui servizi d’informazione mainstream?

Mi fa una domanda alla quale non sono in grado di rispondere, credo che siamo in molti a pensare che siamo ormai su un treno in corsa che nessuno è in grado di governare e che molto presto andrà a sbattere.

Mi preoccupa che il destino del mondo non sia in mano alle comunità, ma a sistemi sovranazionali che impongono modelli di società che molti di noi non hanno scelto e su cui manca ogni forma di confronto democratico. Siamo davvero sicuri che in una smart city vivremo meglio e che tutta questa tecnologia ci farà essere migliori e più felici? In un mondo in cui solo l’8 per cento della popolazione mondiale respira aria che rispetta i limiti indicati dall’OMS come cautelativi per la salute, in cui esistono ancora 800 milioni di affamati, in cui la disponibilità di acqua non contaminata è sempre più ridotta, in cui aumentano esponenzialmente le disparità, visto che solo l’1 per cento della popolazione ha il monopolio delle risorse globali, e in cui la perdita di biodiversità, la desertificazione e i cambiamenti climatici sono problemi sempre più drammaticamente presenti, non credo proprio che la strada imboccata sia quella giusta, anzi.

Si parla di «intelligenza delle cose», ma io vorrei parlare di intelligenza delle persone e soprattutto di intelligenza dei bambini. I danni al neurosviluppo, la perdita di punti di quoziente intellettivo, l’autismo sono ormai questioni che ci riguardano da vicino, e vorrei ricordare che già nel 2006 «The Lancet» denunciava che un bambino su sei al mondo presenta problemi di questo tipo, parlando di una «pandemia silenziosa». Non crede che sarebbero questi i problemi reali che dovremmo affrontare con molta più sollecitudine e impegno, e non certo preoccuparci di far «dialogare» il nostro cellulare con frigo o lavatrice?

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